Insonnia

Rilassare i muscoli della mandibola e ridurre a zero i pensieri che attraversano la mente. Il sonno arriva dopo pochi secondi.

Non ricordava più dove aveva letto che i soldati in prima linea praticavano questa semplice tecnica per addormentarsi in trincea tra un attacco e l’altro. Anche soltanto per dieci minuti, poi di nuovo all’attacco. Si fa presto a dire semplice. Il difficile non era tanto rilassare i muscoli della mandibola quanto sgombrare completamente la mente dai pensieri. Comunque, col tempo, aveva affinato questa tecnica che alla fine si era rivelata efficace anche per lui. Nove volte su dieci si addormentava quasi subito. Quella notte era incappato nella maledetta unica volta su dieci in cui la tecnica del soldato al fronte non funzionava. Quando ci si metteva riusciva a sgombrare i pensieri concentrandosi sul suo respiro. Inspirare, espirare, inspirare, espirare. Il soffio dell’aria che entra, il soffio dell’aria che esce. Quel soffio lo sentiva e lo vedeva, con gli occhi chiusi. Il ritmico fruscìo dell’aria nelle narici, in entrata e in uscita, per venti-trenta secondi, poi scivolava nel sonno e buona notte.
Quella notte c’era una folla di pensieri che si intrufolavano tra un respiro e l’altro, anzi poiché lo spazio tra i respiri era minimo, i pensieri sgomitavano e lottavano tra di loro per riuscire a entrare nella sua mente. Sembrava la scena che si ripete nella metropolitana di Roma, fermata Termini, quando arriva un convoglio in ritardo: una folla di passeggeri in attesa sulla banchina spinge e sgomita per entrare nello spazio che le porte automatiche dei vagoni lasciano aperto. Come nel caso della metropolitana la pressione dei pensieri che volevano entrare nella sua mente impediva ad altri pensieri di uscirne. E così quella notte la sua mente rimaneva piena di passeggeri che per giunta iniziavano a spazientirsi – pensieri nervosi e con le ascelle maleodoranti.
Quella notte la tecnica del soldato non aveva funzionato. Alle quattro del mattino si era rassegnato alla sconfitta, aveva infilato i piedi nelle pantofole e sconsolato si era diretto ciabattando verso lo studio, si era adagiato sulla poltrona e aveva iniziato a scrivere un testo sui soldati in prima linea, morti di sonno.

Dal 1975 al 2020, prima come maestro elementare poi come professore universitario, ho praticato, studiato e insegnato la pedagogia, la docimologia, le tecnologie didattiche. Da pensionato leggo, scrivo, cammino, viaggio e sto lontano dai cantieri.

Luciano Cecconi

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