Cinque Barnes

Una delle cose belle dell’avere tanto tempo a disposizione è la possibilità di leggere quando e quanto vuoi. Se puoi accedere al ricco catalogo di MLOL (MediaLibraryOnLine) questa possibilità si amplifica enormemente.

L’esplorazione, per sua natura, porta a scoprire e a conoscere realtà nuove, l’esplorazione del catalogo di MLOL fa la stessa cosa con una popolazione vastissima di autori di tutti i generi letterari.
Julian Barnes l’ho scoperto sulle pagine culturali di un quotidiano in occasione della pubblicazione italiana del suo ultimo romanzo, Partenze. Ultimo in tutti i sensi poiché lo scrittore inglese, malato, ha annunciato che non ne avrebbe scritti altri. Ma Barnes l’ho conosciuto veramente grazie a MLOL che ho consultato subito dopo aver letto la recensione-intervista. Purtroppo Partenze non era ancora disponibile per il prestito, avrei dovuto mettermi in coda in una fila piuttosto lunga e chissà quanto avrei dovuto aspettare. Quindi ho iniziato dal primo titolo disponibile per il prestito immediato, Il pappagallo di Flaubert. Una vera, piacevolissima sorpresa.

Barnes è un maestro di quel genere letterario in cui la biografia si intreccia col romanzo (o il romanzo con la biografia). E poi, se ami il romanzo leggere un testo ben scritto che racconta mille particolari della vita di Flaubert è un regalo inaspettato.
Un medico inglese, Geoffrey Braithwaite, si mette sulle tracce di un pappagallo impagliato che accompagnò Flaubert, suo autore di culto, durante la stesura di Un coeur simple. Nel corso della ricerca maniacale del dottor Braithwaite Barnes ci regala una miriade di dettagli riguardanti la vita del grande maestro francese. Biografia e romanzo ad altissimi livelli.
Finita questa piacevole lettura sono passato subito al titolo successivo disponibile su MLOL: Diciassette diverse possibilità di fallire. Si tratta di diciassette racconti provenienti da tre raccolte: Cross Channel (1997), The Lemon Table (2004), Pulse (2011). Ogni storia descrive scenari diversi, talvolta compaiono personaggi come Tolstoj e Turgenev. La Storia, fatta di eventi e personaggi, è comunque sempre presente, così come lo è la fascinazione che Barnes ha sempre avuto per la Francia.

Come per Il pappagallo di Flaubert anche ne Il rumore del tempo Barnes ci regala un romanzo biografico, questa volta il personaggio protagonista è Dmitrij Sostakovic, il compositore russo che visse un rapporto tormentato, tra la lusinga e la condanna, con il Potere nella Russia sovietica di cui ha accompagnato la storia dalla rivoluzione fino al 1975. Anche in questo caso la narrazione di Barnes è documentatissima, alla fine del romanzo è disponibile l’elenco delle tante fonti consultate dall’autore. Barnes riesce a rendere la gioia e l’entusiasmo di Sostakovic per i successi incontrati dalle sue composizioni, in Unione Sovietica e nel mondo, e l’angoscia, la paura e l’umiliazione provate sia quando la Pravda, su ispirazione di Stalin, stronca la sua composizione Lady Macbeth del distretto di Mcensck, sia negli anni successivi quando per sopravvivere e continuare a comporre musica accetterà mille compromessi con il Potere. Sostaskovic è sempre consapevole che lui e la sua famiglia possono essere colpiti dalle autorità in qualsiasi momento, tanto consapevole che dopo la stroncatura della Pravda passa dieci notti davanti all’ascensore con la valigia ai piedi, pronto per essere arrestato, senza coinvolgere la famiglia. Ma non andrà così, il Potere non vuole perderlo, lo vuole sottomettere, vuole usarlo.

Sarà perché vivo lontano dalla città in cui sono nato e cresciuto, e talvolta sono preso dalla nostalgia, sarà perché alla mia età il passato romano occupa la parte preponderante della mia vita, una parte che spinge e butta fuori ricordi involontari sotto forma di immagini, fatto sta che spesso la memoria porta alla luce, come flash improvvisi, immagini molto vivide del mio passato. Un vecchio portone in un vicolo, una finestra chiusa, una donna che mi guarda e sorride, io che cammino sul bagnasciuga, io mentre attraverso un ponte o seduto sul bordo di una fontana. Nella maggior parte dei casi mi è chiara anche la circostanza di cui tali visioni hanno fatto parte, talvolta risalenti a più di cinquanta anni fa. Forse è per tutto questo che sono stato catturato dalla lettura di Partenze e questa volta a catturarmi non sono stati il catalogo e lo schermo di MLOL ma un bel libro di carta con tanto di copertina rigida, regalatomi per il mio settantatreesimo compleanno.
È la storia dell’amore tra Stephen e Jean, un amore che vive due momenti diversi, quando i due sono giovani e quarant’anni dopo quando si reincontrano da vecchi. Un amore iniziato e riallacciato dopo un lungo intervallo grazie alla presenza di Julian che alla fine ce lo racconta dopo la scomparsa dei due protagonisti.
Il romanzo è centrato sul potere della memoria e poiché Barnes è un inguaribile francofilo da dove poteva partire se non da un articolo scientifico pubblicato su una rivista di neurologia clinica intitolato Proust e Madeleine: insieme nel talamo? Barnes ci ripropone l’inizio dell’articolo: “Come ricorderete, Madeleine non era l’amante di Proust, bensì un biscotto che, inzuppato nel tè, mise in moto la sua memoria autobiografica involontaria (in inglese Involuntary Autobiographical Memory, o IAM)”. Ecco, la IAM è il concetto base della narrazione di Barnes, e poiché la sua narrazione non può che essere anche autobiografica IAM per Barnes diventa anche I AM, io sono. Io sono, per Barnes è anche pensare e ripensare al suo essere fisico, al corpo, al suo decadimento, alla vecchiaia, alla malattia, alla morte, quella speciale partenza a cui non segue alcun arrivo.
Ripensando alla malattia e alla vecchiaia Barnes ci ricorda che “È solo l’universo che fa il suo mestiere, non ha niente a che fare con te, perciò torna dentro e vedi di levarti dai coglioni. Ok? Mi seguite?”.
Come dice Barnes: “Viaggio attualmente tra i settanta e gli ottanta e, come a tutti i vecchi, mi capita di annoiarmi di me stesso – voglio dire del mio continuo ricordare pensieri e azioni e, soprattutto, opinioni.”

E veniamo all’ultima lettura della cinquina Barnes: L’uomo dalla vestaglia rossa.
Nel 2015 Barnes si imbatte in un dipinto appeso a una parete della National Portrait Gallery di Londra, in prestito dall’America. In quella circostanza fa la conoscenza dell’uomo ritratto nel dipinto, un uomo dal nome italiano: Samuel-Jean Pozzi. L’uomo indossa una vestaglia rossa. Il quadro, Dottor Pozzi a casa, è opera dell’artista americano John Singer Sargent che lo dipinse nel 1881. Dai dettagli di questa immagine Barnes parte per costruire, dopo una documentazione che deve assere stata molto accurata, una narrazione sulla Belle Époque che ha la Francia come scenario principale ma che prevede deviazioni in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con un vorticare di personaggi, più o meno famosi, molti dei quali ritratti in fotografie che allora si potevano trovare nelle tavolette di cioccolata e che oggi sono riprodotte per il lettore sulle pagine del libro.
Nell’estate del 1885 tre uomini, un principe, un conte e un cittadino comune, arrivano in visita a Londra provenienti da Parigi. Il cittadino comune è il dottor Pozzi, gli altri due sono il principe Edmond de Polignac e il conte Robert de Montesquiou-Fezensac. La vita dei tre personaggi si snoda a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nel corso del tempo nella narrazione fanno la comparsa moltissimi altri personaggi tra i quali Henry James, Stephane Mallarmé, Oscar Wilde, Sarah Bernhardt, Marcel Proust, Emile Zola, Edmond de Goncourt, Gustave Flaubert, Guy de Maupassant. Sono una processione, per citarli tutti ci vorrebbe un romanzo, appunto.
Confesso, portare a termine questa lettura non è stato facile, ma mi è servita per respirare l’aria speciale della Belle Époque e seguire le vicende di un uomo vergognosamente bello che i suoi pazienti aristocratici chiamavano “Docteur Dieu”.

Dal 1975 al 2020, prima come maestro elementare poi come professore universitario, ho praticato, studiato e insegnato la pedagogia, la docimologia, le tecnologie didattiche. Da pensionato leggo, scrivo, cammino, viaggio e sto lontano dai cantieri.

Luciano Cecconi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.