Grappoli di rabbia

Saccheggio della libreria Feltrinelli a Torino. Immagine tratta dal giornale La voce, 18 ottobre 2026.

Vedi le immagini degli assalti alle vetrine, delle razzie dei capi d’abbigliamento firmati, delle violenze di strada su auto, moto, biciclette, cassonetti, vedi ragazzi e ragazzini con la felpa e il cappuccio neri che nascondono il proprio viso per rendere difficile la loro identificazione, mentre saccheggiano i negozi o lanciano pietre contro le forze dell’ordine, vedi tutto questo prima ai margini di una manifestazione pacifica, o che si pensava tale, e poi il giorno dopo come puro e semplice assalto vandalico. Lo si è visto a Parigi, a Milano, a Torino, a Bologna. E allora la solita risposta, sono gruppi di provocatori estremisti che si infiltrano nelle manifestazioni di massa come fastidiosi parassiti indesiderati, non basta più. Perché se questi assalti si ripetono senza che vi sia alcuna coesistenza con una manifestazione politica allora la questione è diversa. Se prima gli atti vandalici dei black bloc erano inseriti, come comportamenti estremi, all’interno di una motivazione generale (quella in base alla quale era stata indetta la manifestazione) ora questi atti vandalici avvengono a prescindere da qualsiasi altra iniziativa di protesta o motivazione politica, si manifestano come atti fini a se stessi.

Se prima, anche pochi giorni fa, era giusto distinguere tra la stragrande maggioranza dei manifestanti, che avevano ragioni legittime per protestare e lo facevano pacificamente, e l’esigua minoranza dei violenti che devastavano le città, adesso la necessità di distinguere viene meno perché i giovani e i giovanissimi si sono riversati nelle strade solo e soltanto per assaltare e saccheggiare i negozi. Paradossalmente si può dire che assaltando i negozi col volto nascosto hanno smascherato, reso più esplicita la loro intenzione ma anche la loro rabbia. Questo non cambia il giudizio di condanna nei confronti sia dei violenti che agiscono al margine delle manifestazioni pacifiche sia dei violenti che agiscono da soli, senza infiltrarsi in alcuna manifestazione. Cambia invece, e molto, la comprensione della natura del fenomeno. Nel primo caso si tratta di una forma estrema, violenta, di azione politica, nel secondo caso non esiste alcuna copertura o giustificazione politica. Si tratta di un vero e proprio “assalto ai forni”, dove al posto del pane ci sono gli abiti e le scarpe firmati e la pura e semplice furia distruttrice, vedi l’assalto alla stazione di Bologna o quello alla libreria Feltrinelli di Torino, quest’ultimo aggravato dal valore simbolico dei libri rovesciati a terra.

La rabbia che si sta manifestando in questi giorni nelle città di mezza Europa va condannata, senza dubbio, ma ne va compresa la genesi.

Per una strana combinazione in questi giorni ho finito di leggere Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck. Non avevo letto nulla di Steinbeck, me ne vergogno un po’, e il mese scorso in libreria ho approfittato di un’offerta “compri due e paghi uno” e ho acquistato 1984 di George Orwell e Vicolo Cannery di John Steinbeck. Due letture di grande interesse. La scrittura realistica di Steinbeck mi ha coinvolto tanto che sono andato subito a controllare se nella mia raccolta Novecento, a suo tempo pubblicata da la Repubblica, era presente Steinbeck. Ho trovato il suo capolavoro: Furore (1939), e ho iniziato subito a leggerlo. Il titolo originale è The Grapes of the Wrath, i grappoli di rabbia. Valentino Bompiani nella traduzione italiana del 1940 impose però il titolo efficacissimo di Furore. È stata una lettura di quelle che quando sei fuori non vedi l’ora di tornare a casa per continuare a leggere e passare il tuo tempo con i protagonisti dela storia. Certo, ho ancora molto da leggere ma per le letture fatte sino a oggi posso dire che pochi hanno raggiunto le vette di Steinbeck nel descrivere il malessere sociale, la povertà, il nomadismo di una famiglia ridotta allo stremo, le malvagità dell’uomo sull’uomo, le precise cause di una tragedia sociale, la rabbia che monta fino a esplodere. Un romanzo epico perché non riguarda soltanto la famiglia Joad ma centinaia di migliaia di agricoltori americani che l’industria alimentare e le nuove macchine costrinsero ad un esodo biblico dall’Oklaoma alla California, lungo la Route 66, a bordo di carrette improvvisate cariche di masserizie, di donne, di vecchi e di bambini sistemati alla meglio su materassi sbrindellati. 

A Tom Joad, protagonista del romanzo, sono state dedicate ballate sia da Woody Guthrie (“Tom Joad”, pt.1 e pt.2, 1940) sia da Bruce Springsteen (“The Ghost Of Tom Joad”, 1995). Nonostante la forza del personaggio Tom Joad la figura più eroica di tutta la storia è di gran lunga quella della madre di Tom, Ma Joad, che non viene mai chiamata col suo nome di battesimo ma la cui forza, determinazione, ragione e sentimento straripano a ogni pagina.

Cito Furore perché è una lettura molto attuale visto che sono mesi che gli osservatori più attenti segnalavano che in Italia (ma non solo) stava crescendo un malessere sociale che prima o poi sarebbe sfociato in rivolta. Quel malessere che fa pensare, anche se molto alla lontana, ai grappoli di rabbia del romanzo di Steinbeck.

Eccoci all’oggi. Possiamo anche condannare le violenze, e lo facciamo senza esitazione, ma questo non cambia nulla dello stato di cose in cui sono nati e cresciuti i grappoli di rabbia di oggi.

“Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.”

(John Steinbeck, Furore, Bompiani, 2024, traduzione di Sergio Claudio Terrinoni, pag. 503)

Dal 1975 al 2020, prima come maestro elementare poi come professore universitario, ho praticato, studiato e insegnato la pedagogia, la docimologia, le tecnologie didattiche. Da pensionato leggo, scrivo, cammino, viaggio e sto lontano dai cantieri.

Luciano Cecconi

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