
Ricordare Umberto Eco, a dieci anni dalla sua scomparsa, con un video privo di parole che mostra lo scrittore mentre percorre il labirinto della sua biblioteca, può apparire provocatorio, ma la scelta che ha fatto La setta dei poeti estinti, in accordo con la Fondazione Umberto Eco, di proporre un estratto dal documentario “Umberto Eco – La biblioteca del mondo” di Davide Ferrario, mi è piaciuta molto. Riproporlo su queste pagine, insieme a una citazione tratta da un intervento di Eco risalente al 1981 (il testo è stato pubblicato nel 1983), per raccontare la scoperta, sugli scaffali della mia libreria, di un libro di cui non sospettavo l’esistenza, mi è sembrata la cosa giusta da fare:
“Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.”
(Umberto Eco, De Bibliotheca, 1983)

Proprio in questi giorni in cui si celebrano dieci anni dalla morte di Umberto Eco mi è capitato di scoprire sui miei scaffali un libro di cui ignoravo l’esistenza. Non certo dell’autore, che mi era noto ma di cui non avevo letto nulla, bensì del libro che esiste fisicamente su uno degli scaffali della mia libreria, di quelli che confinano con il soffitto. Uno scaffale pieno di libri di risulta, quei libri che dopo ore e ore passate a svuotare gli scatoloni reduci dall’ennesimo trasloco e dopo averli collocati in aree, piani e scaffali diversi a seconda del genere (saggistica, romanzi, arte, guide, manuali ecc.) e del tema (economia, comunicazione, cinema, pedagogia, docimologia, sociologia, storia, tecnologia ecc.), sei stanco morto e non ce la fai più a continuare ma hai ancora dei libri da sistemare e allora prendi quelli rimasti e li riponi tutti insieme sullo stesso scaffale, come viene viene. E non ci pensi più, anche se ti eri riproposto di tornare a ordinarli. No, quello scaffale è rimasto così come lo avevo riempito quattro anni fa. C’è di tutto: due volumi dei sonetti del Belli, L’importanza di chiamarsi Ernesto di Wilde (in inglese), il manuale Mac OSX Jaguar, le poesie di Alda Merini, Intelligenza emotiva di Goleman, Quel gran pezzo dell’Emilia di Berselli, Cibo e libertà di Petrini, Born to run di Springsteen, L’ingenuo di Voltaire, e via così…

In questo bel guazzabuglio del sapere ho trovato, nuovo di zecca, La famiglia Winshaw, di Jonathan Coe (che guarda il caso è l’anagramma di Eco). Dopo una serie, non entusiasmante, di romanzi di Michel Bussi avevo bisogno di un titolo sicuro, quindi ho aperto il libro e sono andato alla prima pagina del romanzo per leggere le prime righe. Confesso che lo faccio sempre per decidere se iniziare o meno una lettura. Se l’incipit non mi convince allora lascio perdere.
“La tragedia s’era già abbattuta due volte sulla famiglia Winshaw ma mai in proporzioni così terribili.”
Il mio istinto mi ha detto che si poteva fare, così ho iniziato.
L’unico elemento in comune con Michel Bussi (lo cito soltanto perché è l’autore dei romanzi che ho letto prima di arrivare a Coe) è la presenza di più linee temporali, su più personaggi. Per il resto tutta un’altra storia.
I personaggi del romanzo appartengono a due mondi separati: i membri della famiglia Winshaw e i testimoni della sua storia. Sono come fili di un tessuto destinati, prima o poi, a intrecciarsi in un disegno in cui è rappresentata una famiglia avida, arrogante e violenta, la famiglia Winshaw.
Alcuni di questi fili hanno uno spessore e un colore diversi, sono quelli dei testimoni e delle vittime che a turno punteggiano tristemente la storia di questa famiglia, primo tra tutti Michasel Owen, giovane scrittore a cui viene affidato il compito di scrivere la storia della famiglia.
A proposito di percorsi e di destini incrociati non è possibile ignorare l’influenza esercitata da Italo Calvino (si pensi a Se una notte d’inverno un viaggiatore), che Coe riconosce chiaramente giungendo perfino a citarlo esplicitamente alla fine del romanzo, nella prefazione “scritta” da Hortensia Tonks, curatrice immaginaria del romanzo lasciato incompiuto dall’autore, protagonista del romanzo (un romanzo nel romanzo). Nella prefazione (due pagine che concludono il romanzo di Coe) la Tonks fa notare che “il signor Italo Calvino” sottolineò che non v’è nulla di più intenso di un libro lasciato incompiuto dal suo autore e che “suona pertinente e dolcemente ironico” il fatto che lo stesso Calvino lasciò incompiuti alcuni saggi col sopraggiungere della sua morte (Lezioni americane).

L’intreccio non riguarda solo i personaggi e le loro storie, a intrecciarsi sono anche i temi. Più volte la descrizione, molto attenta ai temi sociali, dell’Inghilterra tatcheriana, venata spesso di ironia e umorismo, si incrocia con divagazioni sul sistema sanitario nazionale, sul traffico delle armi ma anche sul mestiere di scrittore. Per esempio, quando va a visitare Joe, la sua amica d’infanzia che fa l’assistente sociale a Sheffield, Michael si arrovella alla ricerca della parola giusta per indicare la qualità che manca allo scrittore di cui sta recensendo l’ultimo romanzo. Sa per certo che quella qualità è indispensabile ma non riesce a trovare la parola che dà sostanza e identità a tale qualità, l’indispensabile… l’indispensabile cosa? Alla fine troverà la parola, brio.
…continua…

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