

Un’estate piena di letture e di viaggi eppure torno su queste pagine senza la minima intenzione di scrivere né di libri né di viaggi.
Questa notte l’esercito israeliano, con centinaia di carri armati, ha invaso ciò che rimane di Gaza.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che è costato la vita a circa 1500 istraeliani è stato atroce e inaccettabile. Ciò che l’esercito israeliano sta facendo a Gaza da quasi due anni, giorno dopo giorno e che è costato la vita a più di 60.000 palestinesi, è atroce e inaccettabile. Mi è difficile pensare all’azione militare istraeliana come una legittima vendetta (ammesso e non concesso che una vendetta sia legittima).
Una vendetta che si protrae per quasi due anni, giorno dopo giorno? Che ha raso al suolo una intera città? La vendetta, non legittima ma in una certa misura comprensibile, si realizza subito dopo l’offesa subita, in un solo colpo. Il massacro che si sta compiendo giorno dopo giorno da quasi due anni a Gaza si basa su un piano di sterminio consapevole e meditato che in larga misura coinvolge come vittima la popolazione civile tra cui molti bambini. La giustificazione che l’azione militare israeliana si sia prolungata nel tempo perché gli ostaggi israeliani non vengono liberati da Hamas non regge più di tanto. Le prime vittime di questo protrarsi del massacro, infatti, sono proprio gli ostaggi israeliani, vittime due volte: di Hamas e di Netanyahu.
Non lo si vuol chiamare genocidio? E’ però innegabile che si tratti di uno sterminio. E’ solo una guerra? Allora si tratta di gravissimi crimini di guerra. Qualcuno avrà mai il coraggio di organizzare un processo per i crimini di guerra a Gaza, come a Norimberga? Dico qualcosa di sacrilego? Uccidere una bambina di 5 anni è un atto di guerra? Una bambina che tra i cadaveri dei parenti, chiama i soccorsi e invece di essere salvata viene massacrata da un carro armato non è un crimine?
Alla tristezza e all’angoscia si aggiunge il disgusto per come le “grandi potenze” stanno reagendo a questi eventi tragici. Gli USA, la più grande potenza del mondo (fino a quando?) parlano e agiscono nella persona del suo presidente, un bullo incapace e bugiardo, la cui parola a livello di diplomazia internazionale ormai non conta più nulla, soprattutto se si considerano le sue giravolte e le promesse non mantenute. Senza considerare le oscenità da lui dette a proposito di Gaza e del suo futuro di resort di lusso. Trump appare sempre più come il gorilla goffo che copre le spalle di Netanyahu. Putin che è preso dalla sua sciagurata guerra di invasione dell’Ucraina, durante la quale si è divertito a trattare Trump come un burattino, non sembra esprimere una opinione che conti su Gaza. L’Europa ha toccato il suo punto più basso nella politica internazionale e non va oltre le raccomandazioni e gli inviti. Gli stati arabi sono lì che assistono. Insomma, l’impressione è che dei palestinasi non importi nulla a nessuno e che ci sia un tacito accordo tra le grandi, e meno grandi, potenze nell’accettare ciò che Netanyahu deciderà di fare di Gaza (a patto di essere convolti nei grandi affari che porterà la ricostruzione).
E noi, la nostra Italia? Meglio tacere. Nello scacchiere internazionale non contavamo molto, ora non contiamo nulla. Pavidità, disinformazione, persecuzione di chi dimostra la solidarietà alle vittime di Gaza, disprezzo per chi ha avuto il coraggio di organizzare azioni umanitarie.
Israele ha vinto? No, in due anni Israele ha dilapidato una reputazione che, dopo la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, aveva un credito immenso nei confronti del mondo intero. Il rischio, di cui si vedono già le avvisaglie, è che la politica militare di Netanyahu, che non ha risparmiato attacchi militari a molti dei suoi vicini, provochi una grande ondata di antisemitismo. Io spero tanto di no, perché so distinguere l’ebraismo dall’attuale governo israeliano. Spero invece che gli israeliani si sbarazzino al più presto e democraticamente di Netanyahu e dei suoi accoliti.
Ormai le ferite provocate dei massacri sono tanto profonde che, se va bene, occorreranno molte generazioni perché i due popoli tornino a parlarsi e, chissà, a convivere pacificamente.

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