Il rumore degli scambi


L’ultimo romanzo di Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo, l’ho letto due volte, a distanza di quattro mesi l’una dall’altra. La seconda volta ho avuto l’impressione che fosse la prima. Provo a spiegarmi. Tra le due letture ce ne sono state diverse altre tra le quali anche quella del romanzo di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia. Forse è proprio per colpa di Goliarda Sapienza, la cui lettura mi è costata tempo e fatica, se il romanzo di Nori è stato quasi cancellato dalla mia memoria. Fatto sta che quando ho ripreso in mano il romanzo di Nori e ho iniziato a rileggerlo non ricordavo quasi nulla, tanto che mi sono detto “forse non è vero che l’ho letto, ho sbagliato a riporlo sulla pila dei libri letti”. Poi, dopo averci pensato per un po’ ho concluso che il mio processo di rimbambimento non era arrivato a tanto e che oltre a una memoria debole doveva esserci un altro motivo se non ricordavo di averlo già letto. Ad ogni buon conto l’ho riletto una seconda volta.
Su Goliarda Sapienza e il suo romanzo torrentizio tornerò in un altro momento, ora mi interessa fermarmi su Chiudo la porta e urlo, su questo romanzo non romanzo.

“Se avessi avuto un udito migliore (…) avrei sentito il rumore degli scambi della mia vita che mi destinavano a un’altra direzione, lì è cambiata la mia vita…”.

Ecco, intanto Chiudo la porta e urlo secondo me non è un romanzo, è uno scritto di diversa natura, un testo che si può definire allo stesso tempo: saggio, diario, critica letteraia, poesia, pensieri sparsi, raccolta di aforismi. A proposito di scrittura mi viene in mente Georges Simenon che non voleva essere chiamato scrittore bensì romanziere. Ecco, Nori invece vuole essere chiamato scrittore. E’ giusto così.
Il suo è un testo composto di frammenti, ben 260, raccolti in 10 capitoli. Questi frammenti sono tenuti insieme da due fili, quello autobiografico (l’amore per se stesso) e quello dell’amore per il poeta romagnolo Raffaello Baldini, di cui ripropone numerosi brani. Ogni frammento, sia quelli scritti da Nori sia quelli scritti da Baldini, rappresenta una storia, un’atmosfera, un concetto. Come per il frammento 57 del primo capitolo in cui Baldini descrive due giovani che si innamorano in treno, al buio, poco prima di Forlimpopoli. Nel frammento successivo Nori commenta il testo di Baldini esaltandone la bravura. Baldini ha descritto la nascita di un amore nel buio di un vagone poco prima di Forlimpopoli. Non a Venezia, non a Berlino, non a Parigi, ma poco prima di Forlimpopoli.
Nori si definisce un bastiancontrario, uno che, dico io, va “in direzione ostinata e contraria”, ma con moderazione, con i piedi ben piantati a terra (al territorio, direbbe lui), non come il sognatore di Flaiano che aveva i piedi fortemente poggiati sulle nuvole. Uno che ama il profilo basso, l’understatement, ma anche la provocazione, il piacere di sorprendere. E’ per questo che si occupa della poesia romagnola, è per questo che dovendo fare a Ravenna la prolusione per il 702° anniversario della morte di Dante sceglie di parlare soprattutto della nonna Carmela (e di letteratura russa). E’ per questo che non usa la parola amore o l’espressione ti amo. Perché in parmigiano, il suo dialetto, a mor significa io muoio, perché non si dice ti amo, si dice at te vòj ben.
Per Nori ogni occasione è buona per portare la narrazione da qualsiasi arogomento a sé, alla sua vita, alla sua storia. La nonna Carmela, la figlia, la madre di sua figlia, i suoi libri, le presentazioni dei suoi libri, i suoi viaggi, i suoi editori, le sue due “quasi morti”. Per esempio, dovendo parlare di Dante parla anche di Beatrice ma per Nori di Beatrice ne esistono tre: la prima è la madre di sua figlia, Togliatti (che si chiama Francesca ma che Nori chiama Togliatti perché è la “migliore”), la seconda Beatrice è la lingua, anzi la poesia russa, la terza Beatrice, infine, è Parma, la sua città, con la sua luce e i suoi colori.

Si potrebbe dire che Nori scriva dei testi originali, lui che ama e scrive di Tolstoj e Dostoevskij, maestri insuperabili del romanzo, scrive dei testi che sono lontani anni luce dalla forma classica del romanzo. In realtà non è originale, nel senso che non è il solo a praticare quella forma di scrittura. A fargli compagnia ci sono innanzitutto il poeta romagnolo Raffaello Baldini (prima pubblicazione nel 1967), alle cui opere Nori ha dedicato tutto il romanzo. Poi c’è Daniele Benati, scrittore reggiano che ha esordito insieme a Nori alla fine degli anni novanta. Nel 2012 Benati e Nori hanno scritto insieme Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente. Scritture molto simili. E’ interessante notare che sia Nori che Benati sono traduttori, Nori soprattutto dal russo e Benati dall’inglese. Mi piace notare, inoltre, che anche Baldini è stato traduttore, ma di se stesso. Infatti, ha tradotto le sue poesie dal romagnolo all’italiano. Nel gioco “chi ha in fluenzato chi” non c’è dubbio che se un’influenza c’è stata questa è partita da Baldini, il romagnolo, che ha pubblicato ben prima dei due emiliani.
Voglio ringraziare Nori per avermi fatto conoscere questi due autori. Di Baldini ho letto i testi che Nori propone nel suo romanzo e ho già scaricato da MLOL (Media Library OnLine) l’edizione Einaudi che riunisce in un unico volume tre raccolte di versi in dialetto romagnolo: Nàiva, Furistìr, Ciacri. Di Benati ho scoperto, tra i libri della mia compagna, Opere complete di Learco Pignagnoli, che ho letto durante la seconda lettura di Chiudo la porta e urlo, ma anche Racconti, che invece ho trovato in MLOL.

Screenshot

Dopo questa parentesi emiliano-romagnola ora torno ai romanzi duri di Simenon. Tra la prima e la seconda lettura di Nori (Baldini e Benati) ne ho letti cinque (Cargo, I fantasmi del cappellaio, Il testamento di Donadieu, La Marie del porto, Lettera al mio giudice). Nel frattempo, la settimana scorsa a Bologna, ho visitato la mostra Simenon. Otto viaggi di un romanziere.
Tornare all’universo narrativo di Simenon è come tornare a rilassarsi sotto il portico di casa, contemplando i colori e le bellezze del proprio giardino.


Dal 1975 al 2020, prima come maestro elementare poi come professore universitario, ho praticato, studiato e insegnato la pedagogia, la docimologia, le tecnologie didattiche. Da pensionato leggo, scrivo, cammino, viaggio e sto lontano dai cantieri.

Luciano Cecconi

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