
Prima di passare, dopo tanto tempo, alla lettura di un saggio (L’uomo quantistico, di Derrick de Kerckhove) chiudo (?) l’ennesima parentesi di letture simenoniane. È come fare un gran respiro prima di immergersi in acque profonde. So che leggendo un saggio di oltre quattrocento pagine non proverò lo stesso piacere che provo leggendo un romanzo, un buon romanzo, per esempio un romanzo di Simenon. Quindi ho fatto un pieno di romanzi prima di cimentarmi nella lettura impegnata di de Kerckhove. Che poi a parte il piacere della lettura nei romanzi di Simenon prevale un senso cupo di angoscia, di sconfitta, di sofferenza. Le atmosfere che Simenon descrive con maestria avvolgono il lettore con la stessa tristezza e angoscia che pervadono i protagonisti della storia. In una lettera in cui chiede a Simenon di aiutarla a presentare alla Columbia Pictures una trasposizione cinematografica di La cattiva stella Anaïs Nin scrive (1955):
“…scrivendo di vite tanto tragiche, lei riesce a farci dimenticare quello che ci tormenta (…) Meglio che con altri scrittori, con lei si dimentica la propria angoscia e si entra in quella degli altri. Nel giro di poche ore si è compiuto un viaggio, si è fuggiti. Dare questa droga per permettere agli esseri umani di dimenticare è una cosa bella. Quando non riesco a dormire, quando ho un dispiacere, penso: se riesco a comprare un libro di Simenon, dimenticherò e sarò salva.”
La vita che ho visto narrata nelle immagini e nei testi raccolti nella bella mostra a lui dedicata, Otto viaggi di un romanziere, curata dal figlio John e da Gianluca Farinelli (Bologna, Galleria Modernissimo, fino all’8 febbraio 2026), sembra una vita molto intensa e movimentata, vissuta in giro per il mondo (gli otto viaggi), si direbbe una vita felice.
Dopo aver passato quattro giorni ospite in casa Simenon Henry Miller scrive (1961):
“… È un uomo felice, il nostro Simenon. E lo sa meglio di chiunque altro. Ma va detto che quella felicità se l’è guadagnata. Inoltre, sa come sfruttarla nel migliore dei modi. Il che è meglio che essere semplicemente felice.“
Tutto questo fino al 19 maggio 1978, quando la figlia Marie-Jo si suicida e Simenon, devastato, smette di scrivere romanzi. Dopo di allora, anche per elaborare il lutto nella forma che gli è più congeniale, scrive Memorie intime (1981), all’interno delle quali comprende gli scritti di Marie-Jo, mentre dal 1975 al 1981 detta dei testi autobiografici (Les Dictées). Sembra quindi che il senso tragico presente nei suoi romanzi duri sia un’anticipazione della tragedia che lo colpì molti anni dopo nella vita reale.

Evidentemente sono diventato anch’io simenon-dipendente, e così mentre scrivevo questa nota, non ho resistito alla tentazione di “dare uno sguardo” a Memorie intime. Ho fatto una ricerca su MLOL e l’ho trovato libero per il prestito. L’edizione comprende il Libro di Marie-Jo. Ora ho 1.144 pagine e 14 giorni di tempo per completarne la lettura. Penso proprio che chiuderò la parentesi nel nuovo anno. Derrick de Kerckhove è lì, accanto alla poltrona che aspetta paziente.

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