“Save me Daddy…”

Nella foto Marie-Jo, la figlia di Simenon, ritratta davanti alla porta dello studio del padre dove è appeso il cartello “Do Not Disturb”

Fedele al principio che non è obbligatorio portare a termine la lettura di un romanzo, interrompo a pagina 260 (su 1.144) Memorie intime, di Georges Simenon. Che non è propriamente un romanzo ma una versione romanzata di un testo autobiografico. Da questa estate ho letto molti romanzi duri, come Simenon definiva i romanzi in cui non compare Maigret. Romanzi psicologici, sostengono alcuni. Romanzi che raccontano la vita di personaggi borghesi e piccolo borghesi intrappolati in un destino spesso tragico. Con un linguaggio molto semplice Simenon riesce a descrivere in modo straordinario atmosfere angosciose e tragiche. Per tre mesi non ho letto altro, aiutato anche dalla disponibilità su MLOL (Media Library On Line) di molti titoli della sterminata produzione letteraria di Simenon. Come spesso accade, con la lettura dei romanzi, specialmente se questa lettura è accattivante, viene la voglia di conoscere nei dettagli la vita dell’autore. Oggi sulla rete (da wikipedia a siti specifici) è facile trovare notizie biografiche su chiunque, figuriamoci su un autore famoso. Su Simenon esistono siti interamente dedicati a lui, alla sua vita e ai suoi libri, per esempio il sito Simenon Simenon. In questo modo è possibile conoscere oltre al romanziere anche l’uomo. Nella mia decisione di interrompere la lettura delle Memorie le informazioni sulla sua biografia raccolte in rete sono state importanti, ma è stata determinante la lettura delle prime 260 pagine di Memorie intime, lettura che ho interrotto a causa di un disagio che più andavo avanti più cresceva.
Ci sono almeno tre ragioni che hanno “raffreddato” la mia lettura e che spiegano questo disagio.
La prima. Simenon ha scritto Memorie intime (1981) per ricordare la figlia Marie-Jo, che nel 1978, a 25 anni, si è tolta la vita sparandosi un colpo di pistola nel suo appartamento parigino. Con le Memorie Simenon vuole raccontare la sua vita ai suoi quattro figli, iniziando da Marc, il suo primogenito, avuto con Régine Renchon (Tigy), per poi continuare con i tre figli avuti con Denise Ouimet, Jean, Marie-Jo, Pierre. Simenon, per rendere omaggio alla figlia prediletta, decide di pubblicare, alla fine delle Memorie, il Libro di Marie-Jo che raccoglie gli scritti della figlia. Tuttavia, Simenon non fa che parlare di sé, pagina dopo pagina. Sembrerebbe normale visto che si tratta delle sue memorie, rimane il fatto che tutte le figure che compaiono nelle sue memorie (oltre ai figli, le sue mogli, le sue amanti, le mille donne con cui ha fatto sesso) sono semplici comparse. In queste Memorie l’ego di Simenon è straripante. Forse in un libro di memorie è normale, però…

La seconda. Nella parte dedicata al figlio Marc (nato nel 1939), Simenon copre tutto il periodo della seconda guerra mondiale fino alla fuga verso gli Stati Uniti (1945) e oltre. Ho scritto “fuga” perché per molti si è trattato di una vera e propria fuga dalle accuse, poi rivelatesi infondate, di aver collaborato con l’occupante nazista (il fratello Christian era stato condannato a morte in contumacia per collaborazionismo). Nei sei anni della guerra con la sua famiglia passa da una località all’altra senza mai rischiare non dico la vita ma neanche l’arresto. Spesso le case in cui risiedeva con la famiglia erano veri e propri castelli. Disponeva costantemente di ingenti risorse e poteva permettersi di mantenere numerose persone al suo servizio. Il tenore della vita che conduceva in piena guerra può considerarsi un vero lusso perfino oggi. Sia chiaro, non c’è nulla di strano, era già uno scrittore affermato e poteva permettersi una vita agiata. L’elemento dissonante per il lettore è rappresentato dal fatto che nella maggior parte delle narrazioni ambientate in quel periodo prevalgono morte, miseria, sofferenze atroci. La cronaca della vita quotidiana della famiglia Simenon appare piuttosto distesa e tranquilla rispetto a quella del mondo circostante. Questa dissonanza, lungi dal configurare una colpa, confonde e disorienta. Mentre procedevo nella lettura mi sorprendevo ogni volta davanti all’agiatezza di questa famiglia errante, che in ogni tappa del suo peregrinare trova case, castelli, parchi, provviste a volontà, servitori, mezzi di locomozione. In quegli anni terribili nella vita della famiglia Simenon non compaiono praticamente mai i disagi di una famiglia migrante, la violenza della guerra, le atrocità dell’occupazione nazista. Alcune volte accenna a Hitler ma non nominandolo mai, ricorrendo invece ad espressioni del tipo “quel signore che urla”. Sembrerebbe che la guerra sia combattuta da brave persone, da una parte e dall’altra. Persone che però hanno il torto, talvolta, di minacciare la spensieratezza e l’agiatezza della famiglia Simenon. Insomma, più leggevo e più mi sentivo a disagio.
La terza. Mentre scrivo penso che forse, sotto sotto, c’è qualcosa di bigotto in me. Forse anche un po’ dell’invidia che un settantaduenne prova nei confronti delle prestazioni sessuali di un esuberante quarantenne, di una persona per la quale fare sesso è come respirare.

Però, però, l’ostentata, ripetuta e compiaciuta descrizione dei suoi amplessi, delle circostanze in cui avvengono, di quante volte e come ha penetrato le sue amanti, dell’intensità delle loro grida orgasmiche, mi sembra quantomeno una nota stonata, soprattutto in una memoria rivolta ai suoi quattro figli, una dei quali morta suicida, ossessionata dalla figura del padre. Ancora disagio.

Insomma, devo fare i conti con la bidimensionalità del personaggio Simenon, un grandissimo romanziere che con poche e semplici parole è riuscito a descrivere atmosfere e personaggi straordinari e un uomo che ha condotto una vita umanamente molto complessa. La lettura delle sue Memorie intime mi ha messo a disagio. Mi dico, pacificandomi, che forse è anche questo il compito della letteratura.
Per il momento però prendo la giusta distanza, per metabolizzare la sua complessità.

Dal 1975 al 2020, prima come maestro elementare poi come professore universitario, ho praticato, studiato e insegnato la pedagogia, la docimologia, le tecnologie didattiche. Da pensionato leggo, scrivo, cammino, viaggio e sto lontano dai cantieri.

Luciano Cecconi

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