

Ci sono tre ragioni per cui ho interrotto la lettura di una lunga serie di romanzi e ho iniziato a leggere un saggio: Thomas Piketty, Natura, cultura e disuguaglianze, La nave di Teseo, 2026.
1. Non si vive di soli romanzi, ogni tanto è salutare fare un bel bagno di realtà.
2. Il titolo mi ha ricordato una delle mie prime esperienze di didattica all’università. Durante l’anno accademico 2000-2001 il prof. Benedetto Vertecchi, presso la cui cattedra ero distaccato, mi propose di tenere insieme a lui un laboratorio di Pedagogia sperimentale, dal titolo Natura, cultura, educazione. Il laboratorio era basato sull’analisi di sei film in cui era centrale una rappresentazione dell’infanzia. L’obiettivo era quello di utilizzare il cinema e le sue rappresentazioni sia come fonte storica, sia come stimolo con cui costruire un evento didattico.
Visto che sono su una pagina del mio sito personale posso anche concedermi un po’ di vanità e citare la copertina del libro che raccoglie gli studi condotti durante il mio dottorato di ricerca e l’esperienza di quel laboratorio:

3. La mia sensibilità ai temi economici. Il mio percorso universitario si è svolto in gran parte all’interno del corso di laurea in Economia. Poco prima della sua conclusione sono passato al corso di laurea in Sociologia e solo molto più tardi sono approdato al dottorato di ricerca in Pedagogia. Grazie a questo percorso fondamentalmente “socioeconomico” il mio interesse per i temi dell’economia è rimasto alto. Quindi il libro di Piketty, che è un brillante economista francese diventato noto al grande pubblico per aver scritto Il capitale nel XXI secolo (2014), ha subito attirato la mia attenzione.
Oggi l’antinomia natura-cultura è tornata a incrociare i miei interessi ma questa volta coinvolgendo la realtà delle disuguaglianze socioeconomiche e, solo marginalmente, il mondo dell’educazione. Il libro di Piketty, dunque, rappresenta l’occasione giusta per tornare a riflettere su questa antinomia.
Il saggio inizia con una domanda: Esistono disuguaglianze naturali? Prima di mostrare i dati l’autore anticipa le conclusioni cui è pervenuto con i suoi studi:
“… il grado di incidenza dei fattori cosiddetti ‘naturali’ (i talenti individuali, le dotazioni in fatto di risorse naturali o altri elementi di tal genere) resta relativamente limitato”.
La forza delle argomentazioni di Piketty sta nel suo rigore metodologico, nei dati e negli esempi che presenta. A questo proposito è necessario ricordare che Piketty insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e all’École d’Économie de Paris; inoltre è codirettore del World Inequality Lab (WIL), dotato di un Database sulle disuguaglianze a livello globale (WILD) frutto degli studi di oltre un centinaio di ricercatori da tutto il mondo; alcune serie storiche dei dati raccolti coprono oltre tre secoli di storia.
Voglio citare un esempio tra quelli fatti dall’economista francese. Per i dati, le loro rappresentazioni grafiche, le tabelle e gli altri esempi rimando alla lettura del libro, 107 pagine, due ore di lettura. Ne vale veramente la pena.
L’esempio riguarda la Svezia, paese che solitamente è considerato tra i più ugualitari al mondo, ciò che possiamo accettare come un dato di fatto. Bene, ci avverte Piketty, fino all’inizio del XX secolo la Svezia è stato, per lunghissimo tempo, uno dei paesi meno ugualitari d’Europa, “con un grado di raffinatezza impressionante nell’organizzazione politica delle disuguaglianze.” Cosa è accaduto per produrre una così rapida e radicale trasformazione?
“… nel primo scorcio del XX secolo, la situazione si è rapidamente trasformata, nel quadro di una mobilitazione politica e sociale conclusasi con l’arrivo al potere, all’inizio degli anni trenta, del partito socialdemocratico. Il quale ha poi governato per un cinquantennio, ponendo le potenzialità dello Stato svedese al servizio di un progetto politico del tutto diverso dal precedente.”
Le scelte economiche e di politica economica che vanno nella direzione di una maggiore uguaglianza non sono elementi disponibili in natura, sono il risultato di movimenti sociali, di lotte politiche e sindacali, “di rapporti di forza, di compromessi istituzionali e di scelte di campo divergenti, perlopiù incompiute.” Si tratta di una realtà dinamica in continua ricostruzione di se stessa. In altre parole, pensando all’antinomia natura-cultura, non sono fattori naturali ma scelte umane, appartengono cioè alla dimensione culturale.
Piketty fornisce una gran quantità di dati prendendo in considerazione variabili come il reddito e il patrimonio ed estendendo l’analisi a livello mondiale. Per quanto riguarda l’Europa considera la Francia, il Regno Unito, la Germania e la Svezia, cioè l’Europa occidentale. Per le comparazioni a livello mondiale analizza i dati riguardanti gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, e in alcuni casi i dati vengono presentati per grandi aggregazioni, come nel caso delle disuguaglianze di patrimonio per regioni del mondo (Europa, Asia del Sud e del Sudest, Asia dell’Est, America del Nord, Africa subsahariana, Russia e Asia centrale, Medio Oriente e Nord Africa, America latina).
Sul piano metodologico una scelta importante fatta da Piketty e dal gruppo del WIL è quella di utilizzare indicatori relativamente semplici che restituiscono informazioni più precise sulle disuguaglianze, con un approccio distributivo per quantile e/o di Top/Bottom. Per esempio: quota di reddito nazionale detenuta dal 10% più ricco (indicatore visto dall’alto), quota di reddito nazionale posseduta dal 50% più povero (indicatore visto dal basso). In teoria in un paese perfettamente ugualitario la quota di reddito nazionale detenuta dal 10% della popolazione con il reddito più elevato dovrebbe essere pari al 10%, così come in un paese perfettamente non ugualitario quel 10% dovrebbe possedere tutto il reddito nazionale. Ovviamente nei diversi paesi la realtà delle disuguaglianze (per reddito, patrimonio o genere) si colloca a metà strada tra questi due estremi. Con riferimento alla quota di reddito nazionale detenuta dal 10% più ricco Piketty fa due esempi, quello dell’area più ugualitaria, il Nordeuropa, con una percentuale tra il 20 e il 30%, e all’opposto del paese meno ugualitario, il Sudafrica, con una quota del 70%. Nelle carte 1 e 2, riprodotte qui sotto, è visibile la mappa delle disuguaglianze per quote di reddito nazionale detenute dal 10% più ricco e quella detenuta dal 50% più povero.

Ancora più significativa è la situazione se si considera come variabile non il reddito ma il patrimonio (ripartizione della proprietà, del patrimonio immobiliare, finanziario, professionale), in questo caso infatti la ripartizione si mostra più concentrata. Infatti se per la ripartizione del reddito la quota detenuta dal 10% più ricco va dal 25% al 70%, per quanto riguarda la ripartizione del patrimonio la quota si colloca tra 60 e il 90%. Questo significa che il 50% più povero possiede quasi nulla (in Europa il 4%, in America latina il 2%).

Molto interessante il capitolo dedicato alla crescita dello Stato sociale, decisiva nel progresso verso la riduzione delle disuguaglianze. In particolare la parte dedicata a quello che è ritenuto uno dei fattori più importanti di crescita, la spesa per l’istruzione.
“L’aumento della spesa per l’istruzione ha rappresentato un fattore di emancipazione individuale, di equità, di prosperità, tale da comportare a sua volta sia una riduzione delle disuguaglianze sia una crescita della produttività e del livello di vita.”
Su questo tema, dopo aver passato anni a compulsare Education at a Glance (il rapporto che l’OCSE redige annualmente sullo stato dei sistemi educativi nei paesi dell’area OCSE), non ho trovato nulla di più e di nuovo. Vale la pena però riportare una considerazione che Piketty fa a proposito della spesa per l’istruzione che dopo una crescita costante ha incontrato un periodo di stagnazione a partire dal decennio 1980-1990. Secondo Piketty si tratta di un dato paradossale poiché nello stesso periodo l’accesso all’università è passato dal 20% degli anni ottanta a un 60% attuale. Il che significa che a parità di spesa (stagnazione), poiché la popolazione studentesca aumenta, l’investimento per studente va riducendosi. Il dato più paradossale è che questa riduzione, almeno per quanto riguarda la Francia, è andata a detrimento soprattutto degli studenti provenienti dalle fasce sociali più deboli. Come? Piketty ha classificato tutti i soggetti nati nel 2000 secondo la spesa per l’istruzione di cui hanno beneficiato, dalla scuola materna all’università. Chi ha completato tutto il percorso, è arrivato cioè a conseguire un titolo universitario, ha beneficiato di una spesa per l’istruzione nell’ordine di 250.000-300.000 euro a testa, chi invece ha lasciato il sistema scolastico a 16 o 17 anni ha beneficiato di una spesa per l’istruzione di 60.000-70.000 euro. Come si può vedere esiste uno scarto di 200.000 euro tra coloro che traggono minor beneficio e coloro che traggono maggior beneficio.
Afferma Piketty:
“Guarda caso, i secondi sono quelli che tendenzialmente godono di origini sociali più avvantaggiate, mentre i primi sono quelli socialmente più svantaggiati. In conclusione, de facto, la spesa pubblica rafforza in misura considerevole le disuguaglianze iniziali”.
Molte altre considerazioni si potrebbero fare su questo interessantissimo libro e sull’attualità. Lo farò nel prossimo articolo (Disuguaglianze 2).

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