
Qualche giorno fa su Facebook ho commentato un post di un collega scegliendo un tono ironico. Ma ho fatto l’errore di non sottolineare l’ironia con un emoji.
Si trattava di un post in cui il collega, docente di Pedagogia sperimentale, si congratulava con Claudia Conte (nota per lo scandalo che ha coinvolto il ministro Piantedosi) per essersi laureata in Giurisprudenza presso l’università telematica Pegaso, nel 2017, accumulando 75 crediti in appena 8 mesi.
Ovviamente il tono usato dal mio collega era ironico e andava a sommarsi ad altri suoi interventi critici nei confronti delle università telematiche.
Nel mio commento attribuivo la responsabilità delle “facilitazioni” eccessive di quell’università telematica alla Pedagogia, anzi per essere più precisi alla Pedagogia sperimentale, visto che anche l’attuale Rettore dell’Università telematica Pegaso, in carica però solo dal 2023, in passato era stato anche lui docente di pedagogia sperimentale.
La mia ovviamente era una battuta che riprendeva un dibattito recente sulla pedagogia progressista accusata di essere causa dei mali della scuola italiana. Facendo il verso a queste accuse mi aggiungevo, ironicamente, ai detrattori della pedagogia.
Purtroppo, l’ironia non è stata colta, così mi sono ritrovato involontariamente tra i nemici della pedagogia. Sono anche stato invitato da un altro pedagogista ad affrontare la questione in termini più generali. Beh, devo ammetterlo, un po’ me la sono cercata.
A questo punto, anche se il danno è fatto, mi conviene approfittare dell’occasione per fare alcune precisazioni sulle università telematiche, così tanto per chiarire come la penso. Ma non lo farò su Facebook, decisamente poco adatto ai ragionamenti più distesi, lo farò su un medium più adatto, cioè qui.
Apprendimento a distanza e università telematiche
Intanto è necessario distinguere tra due realtà che non vanno confuse, da una parte ci sono le tecnologie digitali e l’apprendimento a distanza e dall’altra le università telematiche. I primi possono esistere senza le seconde, non viceversa.
Le tante esperienze di qualità realizzate nell’università pubblica sull’uso delle tecnologie nella formazione, anche prima che nascessero le telematiche, lo dimostrano ampiamente. I primi esempi, tra gli altri, sono stati quelli del CTU dell’Università degli Studi di Milano, del CITAM dell’Università di Bologna, del CATTID dell’Università di Roma La Sapienza. Tutti centri nati grazie al DPR n. 382 del 1980, che conferiva agli atenei italiani la possibilità di consorziarsi per sperimentare forme di erogazione della didattica alternative a quelle tradizionali. Fino ad arrivare alla creazione del Consorzio NETTUNO (NETwork Telematico per l’UNiversità Ovunque, 1991-1992) e alle tante tecnostrutture di e-learning create negli atenei italiani soprattutto sulla spinta della risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea del 13 luglio 2001 sull’e-learning che incentivò espressamente la formazione universitaria a distanza. Negli ultimi venti anni queste tecnostrutture di ateneo hanno messo a punto piattaforme e metodologie per la progettazione e lo sviluppo di corsi interamente o parzialmente online. Non solo, alcuni recenti progetti nazionali, che hanno riunito decine di atenei pubblici (p. es. i progetti EduOpen e Edunext), hanno dato vita a interi cataloghi di corsi online. Insomma, nelle università pubbliche non mancherebbero né idee né risorse per implementare modalità didattiche alternative a quelle tradizionali.

Nascita e sviluppo delle università telematiche
Le università telematiche nascono, a partire dal 2004, sulla base del cosiddetto “Decreto Moratti-Stanca” del 2003 (secondo governo Berlusconi) con il chiaro intento di rafforzare la presenza privata nell’istruzione terziaria italiana (sono tutte enti di diritto privato). Non è un caso che a firmare il D.M. fondativo delle telematiche furono la ministra Letizia Moratti e il ministro dell’Innovazione Tecnologica Lucio Stanca, ex Presidente e Amministratore Delegato di IBM Italia.
Ciò che per molti oggi, a più di venti anni dalla loro fondazione, è motivo di preoccupazione è la notevole crescita delle iscrizioni alle università telematiche: nel 2025 le iscrizioni sono aumentate del 51%, superando quota 300.000 studenti. Dall’anno accademico 2011-2012 all’anno accademico 2021-2022 la crescita delle immatricolazioni era stata ancora più impetuosa: + 444% (Rapporto ANVUR 2023). Attualmente sul totale degli iscritti universitari italiani quelli arruolati dalle telematiche costituiscono il 15%. Altrettanto significativo è un altro dato: quasi uno studente su quattro (24,3%) che consegue una laurea in Italia si laurea in un ateneo telematico. Tutto questo significa che le università telematiche hanno smesso di essere un fenomeno marginale per diventare una componente strutturale del sistema universitario italiano (Rapporto ANVUR 2026).

Il problema dov’è? Sta nel fatto che i criteri di valutazione e di accreditamento definiti per le telematiche non sono gli stessi che valgono per le università pubbliche, nel senso che non sono altrettanto esigenti. Per esempio, per avviare un corso di laurea gli atenei telematici devono attivare solo la metà dei docenti richiesti agli atenei pubblici. Nonostante i vari interventi per riallineare questi criteri ai requisiti del sistema universitario italiano, le università telematiche sono sopravvissute per vent’anni grazie a una normativa speciale. Nel 2024 il Decreto firmato dalla ministra Bernini ridefinisce i criteri di docenza e di accreditamento e le modalità per erogare i corsi, tra l’altro introducendo una quota minima del 20% di lezioni in modalità non registrata, l’obbligo di svolgere gli esami in presenza e una revisione del rapporto studenti-professori. Tuttavia, alle università telematiche sono stati concessi tre anni di tempo per attuare questi nuovi criteri, con ciò assicurando loro un vantaggio competitivo nei confronti dell’università pubblica.
Cause della resistibile ascesa delle università telematiche
Al di là dei numeri che testimoniano un indiscutibile successo conviene riflettere sulla dinamica e sulle ragioni di questo risultato. A mio avviso una delle cause di questa affermazione risiede anche nel fatto che le università telematiche hanno riempito un vuoto nell’offerta formativa delle università tradizionali. Un vuoto che riguarda la condizione di una popolazione studentesca che, soprattutto negli ultimi anni, ha trovato una risposta ai suoi problemi proprio nella didattica proposta dalle telematiche. Una popolazione di iscritti che inizialmente era costituita in buona parte da adulti lavoratori ma che con il passare del tempo si è allargata anche alla popolazione giovanile, attratta da un approccio didattico più dinamico e al passo con il mondo digitale, da notevoli facilitazioni lungo il percorso accademico e, nel caso degli studenti lontani dalla sede universitaria, dalla possibilità di evitare i costi legati allo studio fuori sede. In alcuni casi, è inutile negarlo, le facilitazioni sono andate oltre il lecito e questo purtroppo per alcuni ha rappresentato un ulteriore motivo di attrazione.
D’altra parte va riconosciuto che il vuoto nell’offerta formativa delle università tradizionali si è determinato anche grazie a un pregiudizio e all’aperta ostilità di molti docenti universitari nei confronti delle tecnologie digitali e in particolare della formazione a distanza che queste tecnologie utilizza ampiamente. Ritengo che tale ostilità sia determinata, almeno nella realtà che ho potuto osservare nella mia esperienza di docente universitario, dal sovrapporsi di due spinte: a) una ideologica, secondo molti le tecnologie snaturano la didattica; e b) una utilitaristica, l’impegno richiesto per progettare, sviluppare e gestire un corso online, o parzialmente online, è maggiore rispetto a quello richiesto per tenere lezioni tradizionali.
Ho sperimentato di persona la realtà dei corsi online nei miei ultimi 15 anni di insegnamento (nel 2020 sono andato in pensione) durante i quali ho gradualmente convertito i miei corsi nel formato blended (parte in presenza e parte a distanza) in collaborazione con il Centro E-learning del mio ateneo. Per questa scelta sono stato ostracizzato dai miei colleghi di dipartimento, soprattutto dai colleghi della mia stessa area, quella pedagogica. Una opposizione che è arrivata al punto di far approvare in Consiglio di Dipartimento una delibera in cui si decideva la cancellazione di un corso di laurea triennale (Digital education) basato su una modalità didattica prevalentemente a distanza e giunto al secondo anno dopo un primo anno di lusinghieri successi. Fortunatamente il Rettore ha evitato questa cancellazione promuovendo il trasferimento del gruppo di docenti, me compreso, impegnati nel corso di laurea in questione e del corso di laurea stesso alla facoltà di Medicina (Dipartimento CHIMOMO), dove tuttora si tiene con piena soddisfazione degli studenti.

Quindi mi sento di dire che il vuoto nell’offerta formativa diversa da quella tradizionale è anche responsabilità del conservatorismo didattico del corpo docente e da un governo di alcuni dipartimenti e di alcuni atenei non particolarmente attento all’innovazione.
Pubblico/privato
Che poi le università telematiche abbiano riempito tale vuoto rispettando sempre la qualità della didattica e l’etica della formazione è un altro discorso. Se per molti le “università telematiche” sono diventate sinonimo di “titolo facile” un motivo c’è. Sono noti, infatti, i comportamenti illeciti che hanno caratterizzato la pratica didattica e valutativa di alcune università telematiche. La critica e l’ironia del mio collega nel congratularsi per i 75 CFU conseguiti in 8 mesi dalla studentessa Conte, quindi, sono pienamente giustificate.
Le telematiche sono istituzioni private, pertanto la logica che le ispira è quella del mercato e del business, di conseguenza la scelta di basare le proprie attività su pratiche generatrici di profitti ma non necessariamente esemplari dal punto di vista della qualità è sempre presente (non automatica ma presente). Negli anni immediatamente successivi alla loro fondazione le telematiche hanno basato la loro attività su un modello fortemente centrato sul business e nel 2006 le degenerazioni di questo modello hanno portato l’allora ministro Mussi (governo Prodi) a bloccare l’accreditamento di alcune università telematiche e successivamente (2013) la ministra Carrozza a firmare un decreto di programmazione triennale in cui era contenuto il divieto di fondare altre università telematiche.
È per questa deriva che a partire dal 2021 sono stati introdotti, per le università telematiche, standard di qualità più rigorosi che nel passato, in grado di andare nella direzione di un riallineamento ai criteri delle università pubbliche, riallineamento che negli anni le università telematiche hanno però tentato di contrastare in tutti i modi.
Si potrebbe fare di più, certo. Anche perché è bene ricordare che la presenza di uno standard non è di per sé una garanzia che esso venga rispettato, senza un rigido sistema di controlli. Ma i controlli, pur necessari, non sono sufficienti. Le buone pratiche si diffondono anche grazie alla cultura della legalità presente nella comunità di riferimento, nella professionalità docente, nei modelli di comportamento proposti agli studenti.
Quale predica da quale pulpito
Occorre però fare attenzione a non generalizzare lo stigma nei confronti delle università telematiche. Infatti, il rischio che si corre in questo caso è quello di mettere in evidenza, giustamente, i punti deboli delle telematiche (per esempio: metodi valutativi poco rigorosi, pochissimi docenti a fronte di moltissimi studenti, “accompagnamento al successo accademico” tanto forte da destare sospetti) ma allo stesso tempo dimenticare che l’università pubblica ha i suoi problemi e i suoi limiti, che può e deve rinnovarsi in modo significativo, sia per quanto riguarda l’offerta formativa sia, soprattutto, per quanto riguarda le modalità con cui tale offerta viene proposta. Cosa impedisce, per esempio, alle università tradizionali di proporre agli studenti, in modo sistematico e generalizzato, un’offerta formativa che comprenda anche corsi parzialmente e integralmente online?
In diversi atenei italiani esistono delle strutture tecniche altamente specializzate nella progettazione e nella realizzazione di corsi online. Non solo, molti atenei si sono già riuniti in organismi e progetti finalizzati allo sviluppo di sinergie e di economie di scala proprio nel campo dei corsi online. Quindi le risorse necessarie per non lasciare alle telematiche il monopolio dei corsi online sarebbero già ampiamente disponibili anche per l’università pubblica (che ha sviluppato tali risorse ben prima che nascessero le telematiche). L’università pubblica, infine, è uno straordinario bacino di risorse culturali e scientifiche che consentirebbero di realizzare corsi condivisi a livello di eccellenza. Basterebbe incoraggiarne l’utilizzazione con politiche adeguate di sostegno, anche per quanto riguarda la formazione dei docenti. A questo punto i criteri di docenza e di accreditamento riguardanti i corsi parzialmente o integralmente online potrebbero essere gli stessi per l’università pubblica e per le università telematiche.

Purtroppo, al momento il settore della formazione universitaria online è un quasi monopolio dell’iniziativa privata. Infatti, su circa 300.000 iscritti alle 11 università telematiche poco meno di 170.000 provengono dalle tre università del Gruppo Multiversity SpA (interamente controllato dal fondo di investimento britannico CVC Capital Partners), cioè Pegaso, Mercatorum e San Raffaele. Questo aggregato Multiversity risulta ad oggi il primo ateneo d’Italia, superando per numero di iscritti perfino La Sapienza. Solo due su undici, pur essendo formalmente private, hanno una origine pubblica e sono no-profit (Unitelma Sapienza e IUL – Italian University Line) che però insieme non arrivano a 5000 iscritti. Gli altri 125.000 iscritti provengono dalle altre università telematiche private.

Per concludere: come si può vedere dalla tabella riportata sopra si possono ricavare diverse informazioni sulla situazione europea.
- L’Italia è il secondo paese, dopo la Spagna, per numero di iscritti, anche se l’ordine di grandezza è simile per i cinque paesi considerati (200-300 mila).
- L’Italia è il secondo paese, sempre dietro la Spagna, per quanto riguarda la percentuale degli iscritti alle telematiche sul totale della popolazione universitaria.
- L’Italia è l’unico paese in cui il sistema è totalmente privato.
- Nel Regno Unito il valore di mercato del settore, che è interamente pubblico, è pari a 10 miliardi di euro, nonostante il numero di iscritti sia inferiore a quello delle telematiche italiane, dove il valore di mercato è di 3 miliardi di euro.
Si tratta di una questione di enorme rilevanza sia per numero di iscritti, sia per la natura giuridica delle istituzioni, sia per il valore di mercato. Sia in Spagna sia nel Regno Unito il sistema delle università telematiche è un ibrido pubblico/privato, negli altri paesi è interamente pubblico. Pertanto il problema merita di essere affrontato come grande questione nazionale, riflettendo su tutti i punti ricordati.

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