
Davanti al rumore minaccioso e assordante dei conflitti talvolta si reagisce con il silenzio. È una reazione istintiva, come quella dei bambini che davanti agli adulti che litigano si ritirano in silenzio, per paura. Ciò che sta accadendo nel mondo (bombardamenti, proclami, stragi, minacce, sangue, distruzioni) è tanto più grande di noi che qualsiasi nostro commento o azione sembra insignificante, quasi un atto di presunzione. Chi sono io davanti a questa distruzione e a questo dolore? Allora si ha la tentazione di scegliere il silenzio e l’isolamento. Così reagisce Miele, il mio cane, quando alzo la voce imprecando contro me stesso per una mia maldestrezza. Lui percepisce la mia aggressività ma non capisce che non è diretta contro di lui e per non sbagliare si allontana immediatamente, orecchie abbassate e coda tra le gambe.
Quello che stiamo vivendo in questi ultimi anni, mesi e giorni è un conflitto talmente devastante e minaccioso che istitivamente mi viene da ritirarmi in silenzio, impaurito. Come il mio cane. Ma io sono un sapiens adulto, quindi reagisco diversamente, anche perché so che l’aggressività delle parole e delle armi è rivolta in parte anche contro di me. In quanto sapiens sono anche consapevole che nessun uomo è un’isola e che la risposta alla paura non può essere individuale, che l’isolamento non è la soluzione. Perciò “prendo la penna” e scrivo, unendomi a coloro che protestano contro le aggressioni, contro l’oppressione, contro la guerra.
Vivo questo conflitto come una minaccia, cioè qualcosa che non si manifesta nel mio presente individuale ma potrebbe farlo da un momento all’altro. Non mi tocca personalmente perché non vivo a Gaza, non vivo in Ucraina, non vivo in Iran, non vivo in Libano, non vivo in Israele. Ma mi riguarda. Mi rendo conto che il rumore della guerra è come la campana di John Donne (Meditation XVII):
«…And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee.»
«E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te.»

Ernest Hemingway si rifà alla lirica di Donne e al suo significato profondo, nessun uomo è un’isola, quando intitola il suo romanzo dedicato alla guerra civile spagnola (1936-1939) a cui partecipò, come corrispondente di guerra, dalla parte dell’esercito popolare repubblicano.
La probabilità che una guerra possa coinvolgermi/ci direttamente, qui e ora, non è mai stata così alta. Soprattutto se penso che a prendere le decisioni che possono scatenare “la fine di mondo” è un uomo evidentenente fuori controllo, che si è infilato in un vespaio da cui non sa come uscire. Il riferimento al film di Stranley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964) è inevitabile, sia per il rischio evidente di un conflitto nucleare, nel film come nella realtà di oggi, sia per la follia dei protagonisti, nel film come nella realtà di oggi.
Il dottor Stranamore è fuori controllo e il nostro governo, che fino a ieri flirtava con lui, non è in grado di controllare nulla.

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