
Lo Stato sociale, le disuguaglianze e il sistema tributario
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
(Costituzione, art. 53).
Parlare di tasse è come camminare in un campo minato. A parole sono tutti a favore della democrazia, dello Stato sociale, della sanità e dell’istruzione gratuite e per tutti, delle pensioni e della sicurezza. Perfino il superamento delle disuguaglianze, che è un concetto astratto, trova tutti d’accordo. Eppure quando si parla di tasse anche coloro che hanno un reddito modesto diventano diffidenti arrivando perfino a solidarizzare con i molto ricchi, che qualche motivo egoistico per essere diffidenti lo hanno davvero.
Ricordo che quando nel 2007 l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa pronunciò la frase «dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima» si scatenò una grande polemica. Ricordo anche, sul fronte opposto, che nel 2004 Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, in una conferenza stampa dichiarò che se lo Stato chiede il 50% e passa dei guadagni ci si sente moralmente autorizzati a cercare di non pagare quella richiesta, definendola una forma di “legittima difesa”.
Insomma, opinioni molto diverse da fonti istituzionali molto autorevoli (chi più chi meno).
Thomas Piketty alla fine del suo libro Natura, cultura e disuguaglianze, vedi Disuguaglianze (1), dedica un capitolo all’imposta progressiva, precisando che si tratta di un tema molto importante e molto antico. Per avere un’idea delle origini di questo tema ci propone in una tabella due proposte relative alla progressività delle imposte, sia di quelle sul reddito sia di quelle sull’eredità (patrimonio), avanzate rispettivamente da Graslin e Lacoste alla fine del XVIII secolo:

Come si può vedere l’imposta sul reddito proposta da Greslin andava da un minimo del 5% a un massimo del 75%, a seconda che il reddito in questione fosse la metà del reddito nazionale medio dell’epoca (circa 150 lire tornesi) oppure 1300 volte il reddito nazionale medio (400.000 lire tornesi). La progressività nelle due proposte (reddito e eredità) è analoga, sia per numero di scaglioni (4) sia per tasso effettivo di imposta. I due sistemi, ci informa Piketty, all’epoca non furono applicati ma somigliano molto a quelli adottati da molti paesi nel XX secolo.
“Dal punto di vista delle idee, il tutto sembra semplice: l’aliquota d’imposta parte dal 5 o dal 6% per redditi o patrimoni inferiori alla media, sale fino al 60, 70 o 80% nel caso in cui si superi 100 volte o 1000 volte la media.”
Per passare a tempi più recenti, negli Stati Uniti, tra il 1932 e il 1980, il tasso superiore dell’imposta è stato in media dell’80%, e salirà fino al 91% con la presidenza Roosevelt.
Piketty ci fa notare come tale progressività, unita a aliquote massime così elevate, non ha determinato la scomparsa del capitalismo, sia negli USA sia in altri paesi come il Regno Unito. Anzi, per gli USA quel periodo corrisponde alla massima prosperità e alla supremazia economica sul resto del mondo.
Nel grafico sottostante è possibile osservare l’evoluzione della progressività fiscale in cinque paesi:

Negli anni cinquanta del secolo scorso, l’elemento trainante della crescita economica degli USA, rispetto agli altri paesi, è stata l’istruzione. Infatti, mentre negli Stati Uniti una certa fascia d’età era scolarizzata fino al liceo al 90% in Germania, Francia e Giappone era al 20%. Secondo Piketty “Il vantaggio statunitense in termini di produttività, specie nel settore industriale, dipende dal vantaggio in campo scolastico.”
Un vantaggio, quello in campo educativo, che è stato determinante, in moltissimi casi, anche per contenere le disuguaglianze. Un vantaggio che si è realizzato, soprattutto nel caso dei processi di scolarizzazione di massa, grazie al sistema contributivo e, quindi, al finanziamento pubblico. Lo stesso dicasi per la sanità. Nei paesi, come il nostro, dove esiste un sistema sanitario nazionale tutti i cittadini hanno accesso all’assistenza sanitaria gratuita e questo, come nel caso dell’istruzione, se non ha eliminato le disuguaglianze le ha diminuite considerevolmente.
Insomma, là dove nel XX secolo si è riusciti a costruire uno stato sociale, grazie a politiche prodotte da movimenti di opinione e da lotte sociali e sindacali, si è progredito nel cammino verso l’uguaglianza.
Tali processi politici non sono beni disponibili in natura, che l’uomo coglie e utilizza a suo piacimento, sono costruzioni sociali dotate di senso, dall’esito incerto, che costano fatica, sacrifici e che sono prodotte dall’azione umana.
È grazie a queste costruzioni, in modo particolare a quella chiamata “stato sociale”, se le disuguaglianze potranno ancora diminuire. In questa prospettiva occorre però essere consapevoli che i pilastri dello stato sociale, cioè sanità, istruzione, ricerca, pensioni, sicurezza, sono tutti settori liberi dalla logica del profitto ma che dipendono direttamente dalla spesa pubblica.
E qui arriviamo al punto. Lo stato sociale ha un costo che in alcuni casi, come per esempio quello delle pensioni, aumenta sensibilmente. Come è noto le pensioni vengono pagate dalla popolazione che lavora e versa contributi. La popolazione attiva (15-64 anni), in Italia è passata da 39,2 milioni nel 1992, a 37,4 milioni nel 2024, mentre la popolazione over 65 è aumentata sensibilmente passando dal 15,5% del 1992 al 24,3% del 2024. Ciò significa che a fronte di una diminuzione delle risorse (contributi pagati dai lavoratori) aumenta la numerosità della popolazione che dovrebbe beneficiare di quelle risorse (pensioni). Gli effetti deleteri di questo fenomeno demografico sulla spesa pubblica sono evidenti da anni.
Dagli anni ottanta del secolo scorso, infatti, di anno in anno le spese per l’istruzione stagnano o diminuiscono. Il decremento demografico (quindi della popolazione scolastica) non è sufficiente a compensare questo declino della spesa. Se si considera, inoltre, che questa diminuzione delle risorse per l’istruzione riguarda in particolar modo l’università e la ricerca risulta chiaro che il declino riguarda anche un settore strategico come la ricerca, fondamentale per lo sviluppo e l’innovazione. Lo stesso identico declino si può constatare per la sanità, ormai ridotta allo stremo. In entrambi i casi, occorrerebbero risorse aggiuntive.
In conclusione, Sanità, Istruzione, Pensioni, i pilastri del nostro stato sociale e fattori essenziali per diminuire le disuguaglianze, sono pericolanti. Giustamente, quando si chiedono più risorse per un determinato settore c’è sempre qualcuno che ricorda che è necessario anche indicare dove andare a prendere tali risorse aggiuntive.
E a questo punto entriamo nel campo minato. Non è facile gestire la spesa pubblica quando si vogliono trovare risorse aggiuntive. Sono disponibili due strade, non necessariamente alternative: intervenire sulle uscite e/o sulle entrate. A proposito delle uscite come giudicare oggi l’impegno a portare al 5% la quota del PIL da destinare agli armamenti? È evidente che se aumenta la spesa per gli armamenti deve diminuire in qualche altro settore (il tentativo di ricavare queste risorse dai fondi PNRR è fallito). È fin troppo facile pensare che le vittime designate sono, ancora una volta, l’istruzione e la sanità. Per avere contezza della gravità della situazione basti pernsare che la sofferenza per questi due importanti settori dello stato sociale era già grave ben prima della decisione di aumentare la spesa per gli armamenti. Ma allora, se non si possono limitare le uscite, che fare? Non rimane che una sola strada: aumentare le entrate, e Il modo più efficace per farlo è aumentare le imposte e farlo con equità sociale, come indicato dalla nostra Costituzione, cioè con il criterio della progressività, ben noto a tutti i sistemi fiscali del mondo. Purtroppo, pensando all’equità sociale e alla spesa pubblica per lo stato sociale, quelli di oggi non sono bei tempi.
Dagli anni ottanta del secolo scorso, con la presidenza Reagan, gli Stati Uniti hanno mutato radicalmente la loro politica fiscale, con la riforma del 1986 i tassi superiori scendono fino al 28% (fino a quel momento non erano scesi sotto il 70%). Inizia, non solo negli USA, il reaganismo. Dal 2017 l’aliquota per le grandi Corporation USA è del 21% mentre l’aliquota massima per i super ricchi è fissata al 37% (con la possibilità di detrarre tasse federali fino a 40.000 dollari). Non solo, le tasse di successione hanno una franchigia fino a 15 milioni di dollari. Piketty ci ricordava le due grandezze fondamentali per tenere sotto controllo le disuguaglianze e gestire le politiche fiscali: il reddito e il patrimonio. Ecco, gli USA hanno dato un segnale che molti altri paesi hanno raccolto, chi più chi meno.
Insomma, dagli anni ottanta del secolo scorso il cammino verso l’uguaglianza, che fino ad allora aveva conosciuto molti progressi, ha avuto una battuta d’arresto. Le politiche fiscali di molti paesi hanno invertito il senso della redistribuzione del reddito, sbilanciandosi sempre di più in favore delle grandi ricchezze.
Da allora lo Stato sociale deve rispondere agli attacchi dei fautori delle politiche improntate al “meno stato più mercato”. In Italia si è arrivati a chiedere niente meno che la flat tax, aliquota unica e fissa (stessa imposta per tutti), cioè la negazione della progressività delle imposte.
Nelle tabelle qui sotto sono mostrati gli ultimi cambiamenti negli scaglioni in cui si articola la progressività nel nostro sistema tributario.
Scaglioni dal 2007 al 2021

Scaglioni dal 2026

Come si vede si è passati da 5 scaglioni a tre (nel 2022 passarono da 5 a 4), rimanendo costanti le aliquote minime e quelle massime, ma portando il limite oltre il quale si passa all’aliquota massima (43%) da 75.000 euro a 50.000 euro.
Non entro nel merito perché non sono un esperto, tuttavia è chiara la tendenza degli ultimi anni. Con la diminuzione del numero degli scaglioni diminuisce anche la progressività del sistema (vedi il grafico qui sotto), inoltre in proporzione sono favoriti i redditi medio-alti. La tassazione, infatti, tende a pesare in proporzione più sui redditi da lavoro dipendente e sui redditi medi. Nonostante vari tentativi di contrastare le disuguaglianze (per esempio i vari bonus). In altre parole: la disuguaglianza anziché diminuire è aumentata.

Se le cose stanno così e se si vuole consolidare e rafforzare lo Stato sociale, diminuire le disuguaglianze, e conservare la natura democratica della nostra società occorre avere il coraggio di cui parlava Tommaso Padoa-Schioppa, cioè sostenere che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, che il principio della progressività, sancito dalla nostra Costituzione, è irrinunciabile e che, infine, l’aliquota massima va alzata per chiedere un contributo adeguato alle grandi ricchezze. Non chiamiamola patrimoniale, se questa parola mette paura, ma chiamiamo le cose con il loro nome, i redditi e i patrimoni più ricchi devono dare alla società un contributo proporzionalmente maggiore.
Visti i tempi che corrono, le minacce alla democrazia in tutto il mondo, i venti di guerra che si trasformano in uragani, quella sulle politiche fiscali sembra una battaglia di retroguardia. Ma andare alla radice dei problemi può aiutare a trovare la direzione giusta.

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