
Il dottor Geoffrey Braithwaite, medico in pensione, vedovo e appassionato in modo quasi maniacale della vita e dell’opera di Gustaver Flaubert, parte per un viaggio in Normandia sulle tracce di un pappagallo che a suo tempo aveva accompagnato Flaubert durante la stesura di Un coeur simple. Mentre cerca di individuare quale tra i due pappagalli impagliati, attribuiti a Flaubert, sia quello autentico Braithwaite ricostruisce con un intreccio fitto di citazioni la vita di Flaubert.
La scrittura di Julian Barnes è eccellente, è stato un piacere leggere questo romanzo anomalo ricco di riferimenti alla scrittura e alla narratologia. Del resto al centro della sua narrazione c’è uno dei giganti della letteratura del XIX secolo.
Il bello della buona letteratura è che stimola in continuazione associazioni con altre letture, altri personaggi, altre storie, altre ambientazioni. Una delle associazioni che mi ha incuriosito di più in questo romanzo è quella legata a una riflessione che Braithwaite fa a pagina 107 (edizione Einaudi, 2014):
“Ma non detestava la ferrovia solo in quanto tale; detestava il modo in cui alimentava nella gente l’illusione del progresso. Che senso aveva lo sviluppo scientifico senza un corrispettivo sul piano morale? Il treno avrebbe solo permesso a un maggior numero di persone di spostarsi e di incontrarsi per essere imbecilli tutte insieme.”
Questa riflessione sul concetto di progresso mi ha riportato alla mente una riflessione simile espressa da Umberto Eco:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Ciò che è chiaro nelle riflessioni di Barnes/Braithwaite/Flaubert e di Eco è che talvolta (spesso, sempre?) la medaglia del progresso scientifico e tecnologico ha il suo rovescio che non è edificante quanto il dritto.
Un esempio può essere dato proprio da questa mia riflessione dedicata al concetto di progresso. Quando ho letto la pagina 107 di Barnes ho subito associato l’imbecillità delle persone che viaggiano in treno (mutatis mutandis) all’imbecillità di quelle che usano i social media. Tuttavia, poiché non ricordavo le parole esatte usate da Eco, né la loro fonte precisa, ho interrogato ChatGPT che mi ha immediatamente restituito sia la citazione sia la sua fonte, eccole: discorso pronunciato da Eco durante un incontro con un gruppo di giornalisti in occasione della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media conferitagli dall’Università di Torino l’11 giugno 2015.
Il pappagallo di Flaubert è stato pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1987 e da Bompiani nel 1997, con la traduzione di Riccardo Mainardi. Nel 2014 Einaudi ha pubblicato una terza edizione, questa volta tradotta da Susanna Basso.
Chissà, Umberto Eco potrebbe aver letto il romanzo di Barnes (in una delle tre edizioni) e mutuato da lui la figura dell’uomo imbecille e dell’uso non intelligente della scienza e della tecnologia. Ammetto che anche il mio uso di ChatGPT in questo caso è stato piuttosto banale. Mi consolo pensando che non sempre il banale è anche sintomo di imbecillità.
L’accostamento delle due citazioni è alquanto spericolato, lo ammetto, ma quello che mi interessa è l’occasione di riflettere sul loro denominatore comune, l’atteggiamento nei confronti del progresso. Atteggiamento che, nonostante l’imbecillità presunta che a volte si manifesterebbe nelle vittime del progresso (elemento comune alle due citazioni), la posizione dei due autori, Flaubert (Barnes?) e Eco, è assai diversa. È necessario precisare, infatti, che i contesti in cui si collocano le due citazioni e, soprattutto, il pensiero dei due autori sul progresso e sul modo di affrontarlo è molto diverso.
Il primo è un soggetto multiplo: Braithwaite, il protagonista del romanzo scritto da Barnes, a pagina 107 riporta quella che secondo lui è l’opinione di Flaubert a proposito dei treni e della ferrovia. Il personaggio Braithwaite riporta alcune citazioni di Flaubert che dimostrerebbero la sua ostilità verso le ferrovie:
“Mi innervosisco talmente in treno che ogni cinque minuti ululo di noia. La gente crede che ci sia un cane abbandonato nel vagone; niente affatto, è M. Flaubert che sospira.”
Inoltre, sempre il personaggio Braithwaite ci informa che in una delle sue prime lettere, quando aveva appena quindici anni, Flaubert elenca tra i misfatti della civiltà moderna “Le ferrovie, i veleni, i clisteri, le crostate alla crema, le famiglie reali e la ghigliottina”. Due anni dopo Flaubert compilerà un’altra lista dei nemici della civiltà in cui l’unico elemento confermato sono proprio le ferrovie. Come affermò nei Carnets intimes (1840) “Superiore a ogni altra cosa è l’Arte. Un libro di poesie è preferibile a una ferrovia.”
Naturalmente, nonostante l’avversione di Flaubert che detestava il progresso, non tutti coloro che allora viaggiavano in treno erano degli imbecilli così come oggi non lo sono tutti i frequentatori dei social media. Del resto ieri come oggi l’avversione al progresso si presenta spesso in modo contraddittorio. Il treno, infatti, si rivelò utilissimo allo stesso Flaubert dal momento che grazie alla linea ferroviaria Parigi-Rouen poté vivere, seppur tra alti e bassi, la sua relazione con Louise Colet. Flaubert viveva a Croisset mentre Louise Colet abitava a Parigi, perciò i due si incontravano a metà strada, a Mantes presso l’Hotel du Grand Cerf. Senza il treno non avrebbero potuto incontrarsi.
D’altra parte la posizione di Eco nei confronti delle nuove tecnologie non è contraddittoria bensì complessa, critica e molto saggia. È nota infatti la sua distinzione, a proposito dei media, tra gli apocalittici e gli integrati (1964) e le sue prese di posizione successive sui media, il digitale, Wikipedia. Insomma, no alla catastrofe culturale (apocalittici) ma no anche alla accettazione acritica (integrati). La contraddizione, oggi, sta invece nell’atteggiamento dei molti che pur denunciando gli effetti deleteri del digitale non disdegnano di beneficiarne nelle mille manifestazioni della vita quotidiana, che in modo più o meno trasparente esistono grazie al digitale e all’intelligenza artificiale.
Comunque, questa citazione di Barnes, oltre a quella sul progresso scientifico e tecnologico, ha sollecitato in me un’altra riflessione, questa volta legata al progresso sul piano morale, che troppo spesso non viaggia alla stessa velocità di quello scientifico e tecnologico.
Alla prossima pagina, Quale progresso (2).

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